Quando i luoghi parlano…

Oggi vorrei raccontare una storia… o forse no, questa storia andrebbe raccontata proprio per bene da chi lo sa fare davvero. Eh sì, perché non è proprio così facile raccontare storie, chiedetelo a tutte le mamme e i papà che la sera si ritrovano davanti le faccine esigenti e “affamate” dei loro bambini! E poi questa è una storia complicata, non bastano due o tre aneddoti messi lì per far scena… non renderebbe giustizia a tutti i suoi protagonisti.

A volte, però, sono i luoghi e i manufatti dell’uomo a parlare, o anche suggerire indizi di una storia, la loro e quella di chi li abita. Per questo non voglio raccontarvi la storia, voglio solo presentarvi i luoghi come protagonisti del mio racconto e almeno per questa volta voglio partire dalla fine…

Noi a Longarone, nella valle del Piave in provincia di Belluno, ci siamo arrivati bagnati fradici in sella ad una moto un giorno piovoso di agosto. Percorrendo la statale 51 in direzione nord sembra di attraversare uno dei tanti paesi che caratterizzano le valli del nord Italia: anticipato da qualche fabbrica qua e là, Longarone si adagia sul fondo valle, qui dove il fiume è estremamente largo e pacifico, e un po’ spezzettato in molte frazioni si arrampica sul versante occidentale della montagna. Insomma, se quella Storia non la si conosce, Longarone potrebbe davvero passare inosservato… non fosse che per un’ingombrate presenza, anzi due.

La chiesa parrocchiale di Longarone è bianca, imponente e “strana”… sì così la definirei anche io che, questa chiesa, opera dell’architetto Giovanni Michelucci, all’università l’ho studiata. In pochi guardandola riconoscerebbero una chiesa. Ed è proprio così che la volle il suo creatore, uno spazio sacro che superasse qualsiasi definizione per poter assumere un nuovo significato e ruolo per la comunità, completamente stravolta dagli eventi drammatici che hanno segnato la storia del paese. La chiesa di Longarone è composta da due anfiteatri circolari sovrapposti e collegati da un fluido sistema di rampe aeree che evocano il turbinio dell’acqua agitata. La cavea inferiore è dedicata alla sacralità cristiana, mentre l’anfiteatro superiore, concepito come una vera e propria piazza urbana sopraelevata, risuona nel paesaggio, aprendosi ad esso. Una volta lì, in mezzo alle gradonate circolari, esattamente di fronte vi troverete di fronte l’altro scomodo abitante di Longarone.

La diga del Vajont è lì, ancora in piedi senza il benché minimo segno di cedimento. E’ lei la seconda protagonista del mio racconto, un manufatto in cemento armato alto 261,60 m così ben costruito e resistente da sopravvivere alla frana e alla conseguente esondazione che, la notte del 9 ottobre del 1963, spazzò via l’intera Longarone. Il Vajont prima del 1957, anno di inizio della costruzione della diga, non era altro che un torrente che dalla Val Cellina andava ad ingrassare il Piave di qualche metro cubo d’acqua, incontrandolo proprio a Longarone. In tanti, però, si erano messi in testa di “farlo passare di livello”, trasformandolo in un bel bacino adatto alla produzione di energia elettrica proprio grazie alla costruzione di quella che, all’epoca, fu per qualche mese la diga più alta al mondo!

Per qualche mese, però, perché la brama di avere sempre di più ha convinto ingegneri e dirigenti ad alzare sempre di più il livello dell’acqua contenuta nel bacino, aumentando inevitabilmente la pressione che questa esercitava sulle montagne circostanti e soprattutto sul Monte Tocc… che se i “vecchi” lo chiamavano Tocc (pezzo, nel dialetto veneto-friulano), forse un motivo c’era! Ed infatti un bel “pezzo” di quel monte è franato dentro al lago artificiale provocando un’onda così alta e distruttiva da scaraventarsi con una forza inaudita oltre la diga, nella valle del Piave, non solo distruggendo Longarone, ma addirittura risalendo verso nord e provocando danni e morti anche nei paesi vicini!

Beh, la Storia in pillole è questa… ma come vi ho detto sarebbe un peccato ridurla a così poco. Ci sarebbe ben altro da dire e c’è chi lo ha fatto in modo perfetto… presto vi darò tutti i dettagli per approfondire!

Tornando, invece, al mio ben più umile racconto, quella diga la si può raggiungere percorrendo i tornanti di una ripida strada che a tratti attraversa letteralmente la roccia della montagna in strette gallerie. Sì perché proprio lì termina una valle, la Val Cellina appunto, che conduce diretti a Pordenone, in Friuli. E lassù, poco al di sopra ci sono ben due villaggi, Erto e Casso… impotenti spettatori di quel disastro, ma anch’essi vittime di questa Storia. Oggi aggirarsi nelle loro strette viuzze fa respirare l’aria di altri tempi, quasi come se il tempo si fosse fermato e gli abitanti fossero fuggiti.

Tornate in paese, a Longarone, e tornate nella cavea superiore della chiesa, anch’essa costruita interamente in cemento armato. Il nuovo edificio sacro è stato costruito esattamente dove la vecchia chiesa sorgeva, l’unico punto del paese dal quale la diga è ben visibile. Chiesa e diga oggi si fronteggiano, come due interlocutori alle prese con un dialogo fatto soprattutto di dolorosa memoria e ricordo.

Longarone non è solo uno dei paesi della valle del Piave. Longarone, la sua chiesa, la diga lasciano il segno, fanno pensare… ed in fondo non è questo uno dei motivi per cui viaggiamo?

 

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Mariagiulia Bertali

Chi sono?! In realtà Mariagiulia, tutto attaccato (!), ma per semplicità e velocità Mery. 26 anni, laureata in architettura…Architetto in progress! Soprattutto, però, CURIOSA e APPASSIONATA di tutto quello che succede al di là del “paesello”.

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